L’integrazione europea è stata concepita come un processo aperto e l’ammissione di Stati terzi alle Comunità europee e all’Unione europea rappresenta uno degli elementi costanti della sua storia.
L’acquisto dello status di membro è sempre stato il risultato di una combinazione di diritto scritto e prassi. Quest’ultima si caratterizza per la duplice circostanza di essere al contempo riferibile agli Stati e alle istituzioni dell’Unione e di avere operato tanto sul versante delle condizioni sostanziali il cui soddisfacimento è richiesto agli Stati candidati, quanto sul versante della procedura seguita per giungere all’accordo di ammissione. L’analisi dell’interazione tra diritto scritto e prassi è condotta con l’intento di affrontare il problema della qualificazione giuridica del fenomeno e della sua collocazione all’interno di un ordinamento che possiede caratteristiche particolari rispetto ad altre forme di organizzazione internazionale.
L’indagine mette in evidenza la difficoltà di utilizzare sia lo schema della consuetudine secondo una logica squisitamente internazionalistica, sia la categoria della “consuetudine costituzionale”, secondo l’opposta logica che privilegia l’autonomia dell’ordinamento dell’Unione.
Il saggio pone l’accento sul rapporto dinamico tra le due prospettive e propone la qualificazione giuridica della prassi utilizzando le categorie della prassi integrativa dei Trattati istitutivi e/o della prassi interpretativa dei Trattati medesimi ai sensi dell’art. 31 della Convenzione di Vienna sul diritto dei trattati.
L’ammissione ci restituisce la complessità del processo di integrazione del quale riflette gli elementi che lo connotano e gli equilibri che nel suo ambito si costituiscono tra il metodo sovranazionale e quello della cooperazione intergovernativa.